| Intervista a Igor Astarloa |
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Igor Astarloa… un basco di Ermua che è cresciuto ciclisticamente in Italia.Cosa è successo?È successo che ho iniziato la mia carriera di ciclista molto giovane, per passione e sulla spinta di mio cugino Angel che mi ha avvicinato alla bicicletta. L’amore per la bici e per questo sport è cresciuto in me in maniera prepotente, spingendomi a sacrifici e a duri allenamenti. Ma nonostante le numerose vittorie nei club dilettantistici e la mia convocazione ai mondiali con la maglia spagnola non sono riuscito a trovare la mia dimensione in nessuna squadra “di casa”. E come è andata a finire?Nel 1999, ancora dilettante, sono sbarcato a Vobarno in provincia di Brescia per correre nell’Unidelta. La mia svolta è stata l’Italia e le persone che ho incontrato. Persone che hanno creduto in me, come Bruno Leali prima e Giuseppe Martinelli in seguito. Dopo tanti sacrifici il mio sogno si era avverato. Uno spagnolo atipico in tutto e per tutto dunque…Già. Non sono uno scalatore ad esempio, e non amo le corse a tappe. Le mie preferite sono le classiche. Quali sono secondo te i punti di forza dei team italiani?Gli italiani fanno gruppo, lo vivono intensamente, lo sentono. Nessuno si risparmia, ogni briciolo di energia è centellinata in favore della squadra. E questo ripaga sempre. Ricordi una tua stagione particolarmente felice?Il 2003 è stato sicuramente quello più ricco di successi. In primavera ho vinto la classica del nord “Freccia Vallone” ed in autunno il Campionato del mondo su strada. Nel mio successo di oggi c’è un po’ dell’Italia, del vostro paese. Se non fosse stato per voi non sarei nemmeno riuscito a passare come professionista. Ho molte aspettative per il futuro. Ogni gara, ogni competizione è uno stimolo nuovo. E ogni successo è sempre il più bello. L’ALLENATORE CONSIGLIA: |








